domenica 22 agosto 2010

L’Ospedale della Gentilezza. Come aiutare gli ammalati a vivere con dignità, nonostante tutto


Nel rapporto tra medico e paziente, la gentilezza sembra una piccola cosa. Piccola e fugace, come un fiore che appassisce presto, una farfalla che vive un solo giorno, ma non per questo insignificante: anzi, dalla gentilezza si genera una sequenza nella relazione interpersonale – e non solo quella dell’Ospedale – che, attraverso meccanismi di reciprocità, si sviluppa ben presto in competenza, fiducia, alleanza terapeutica, soddisfazione.
Ma il medico è gentile? Deve esserlo? Come sviluppare ed esprimere questa capacità? Può la gentilezza, nella sua apparente modestia, nascondere valori etici e autentici che arricchiscono la relazione, qualunque relazione interpersonale?
Fra i pionieri della gentilezza uno spazio speciale verrà dedicato al dottor Albert Schweitzer, Premio Nobel per la Pace 1953, che ha donato la sua vita di medico e missionario alle popolazioni del Gabon per restituire al prossimo ciò che aveva ricevuto di buono nella sua vita di musicista, studioso di J.S.Bach, teologo e filosofo, all’insegna della gentilezza come ‘dono di sé’ agli altri, anche attraverso la proiezione di alcuni spezzoni tratti dal documentario sulla sua vita, vincitore del Premio Oscar per il miglior documentario nel 1957.
La gentilezza nel rapporto interpersonale non è ancora stata studiata dal punto di vista delle scienze del comportamento, anche se alcuni dati neuroendocrini di recente hanno suggerito che può essere collegata ad alcuni meccanismi ormonali. I primi studi che cercano di studiare la gentilezza nel rapporto medico-paziente sono stati iniziati e sono tuttora in corso presso la Psicologia della Facoltà di Medicina dell’Università di Ferrara, e i dati preliminari sulle tecniche di misurazione sembrano assai promettenti. Ma la gentilezza ha una lunga storia nella letteratura medica, anche se nascosta sotto altre vesti, da Ippocrate fino ai primi clinici medici; negli USA va sotto il nome generico di ‘bedside manners’, cioè ‘le buone maniere al letto del malato’.
Ma che fine hanno fatto nell’Ospedale del 21° secolo queste buone maniere? Come diffondere il concetto che fra le ‘buone pratiche’ della prassi medica e, in generale, sanitaria la gentilezza occupa un posto di rilievo a dispetto del suo aspetto apparentemente minore e dimesso, confusa – e anche per questo negletta - fra l’educazione, il rispetto, l’ascolto e l’empatia?

Le regole della casa poche e semplici


1.Siate gentili e firmatevi .
2.Può essere che non siate d’accordo con quanto espresso nei post: potete esprimere il vostro disaccordo quanto volete, ma cercate di farlo nei limiti della buona educazione.
3.Per favore, scrivete in italiano. Niente “k”, “nn”, “cmq”, e se ci riuscite neanche “pò” e “si” come interiezione. Non è obbligatorio, è una cortesia che mi fate: soffro di una grave malattia neurologica. Ogni volta che vedo un errore grossolano di ortografia o punteggiatura nei miei commenti, devo uscire e picchiare delle vecchiette a caso con una copia vintage del Devoto-Oli. Capirete che nei giorni di freddo finisco per rischiare la vita. E anche le vecchiette si lamentano.
4.I commenti offensivi nei confronti miei o degli altri commentatori verranno cancellati senza avvertimento.
5.Gli offensivi recidivi verranno messi in lista di proscrizione.
6.Non cianciate di “censura” se siete venuti qui solo per rompere le palle. Se non siete d’accordo con i contenuti, ditelo. Non usatelo come scusa per insultare nessuno, altrimenti vedi alle regole 4 e 5.
7.Mi riservo di negare il diritto al commento a chi mi sembra minaccioso, insistente e fastidioso. Anche se non ha tecnicamente offeso nessuno.
8.Se commentate i post vecchi, nessuno vi risponderà.
9.Questo blog non è affiliato ad alcuna trasmissione televisiva, personaggio politico, personaggio dello spettacolo, conduttore di TG o altre realtà .

questo sarebbe auspicabile


Vorrei assistere ad un moto di orgoglio da parte di uomini e donne di questo paese.
Vorrei che fossimo tutti capaci di smettere di criticare gli altri, i più potenti di noi.
Vorrei che cominciassimo tutti a guardarci dentro e a modificare i comportamenti che ci appartengono e che, se posti in atto da altri, criticheremmo.
Vorrei che ogni volta che ci viene voglia di indignarci ci chiedessimo se c'è una cosa che abbiamo fatto nelle ultime due ore di cui ci possiamo vergognare. E solo dopo esserci impegnati con noi stessi affinchè quella cosa non la si faccia più o, meglio, dopo aver posto rimedio all'azione sbagliata, ci autorizzassimo ad indignarci.
Vorrei che l'indignazione fosse una cosa costruttiva e non, come mi sembra che spesso accada, un lasciapassare che ci autorizza a comportarci anche peggio di quelli che critichiamo.
Vorrei che fossimo tutti capaci di sorridere anche quando in cambio non ci aspettiamo un favore.

Vorrei che tutti imparassimo di nuovo a saper dire grazie...

Vorrei che ci prendessimo a cuore le sorti di questo nostro paese. Vorrei che con orgoglio lo rendessimo sempre più bello, più gradevole, più simpatico, più amabile, più amato. Perchè viviamo in uno dei posti più belli del mondo e con il nostro egoismo lo stiamo facendo diventare uno dei più brutti.

Dopo, ma solo dopo che avremo cominciato a fare queste cose, potremo non tollerare più tutti gli scempi che vengono commessi sotto il nostro naso e che a volte ci vedono complici più o meno consapevoli.

Perchè dopo avremo maturato una consapevolezza che renderà gli scempi impossibili, bloccandoli sul nascere. Facciamo sì che onestà e correttezza divengano la nostra normalità. Perchè in ogni sistema, piccolo o grande che sia, sono le anomalie a destare attenzione. E le anomalie dannose possono essere eliminate sul nascere se il sistema è sano. E il sistema può fare invece tesoro delle anomalie virtuose. E dar vita ad un nuovo autentico rinascimento.

VORREI


Vorrei vivere in un paese dove la ricchezza fosse poter godere con tutti gli altri di ciò che c'è.
Vorrei che le persone ritrovassero la gioia di sorridersi, anche se non si sono mai viste prima.
Vorrei potermi calare mollemente nella bellezza di arte, cultura e paesaggio del mio paese.
Vorrei vedere premiata la giustizia e l'onestà, non la superbia e l'arroganza.
Vorrei che la molla che spinge le persone a fare meglio fosse l'altruismo e non l'arrivismo.
Vorrei che ai bambini fosse insegnata la pace, la gentilezza, il donarsi, l'allegria ed il rispetto.
Vorrei che tutti potessero suonare uno strumento musicale.
Vorrei che a tutti fosse permesso di danzare come, dove e quando gli pare.
Vorrei che chi è poeta potesse declamare ovunque i suoi versi.
Vorrei che chi è pittore potesse dipingere di armonia le tele delle nostre giornate.
Vorrei che chi ha un suo Dio lo possa venerare.
Vorrei che chi non l'ha non si debba sentire inferiore.
Vorrei che chi non rispetta la legge fosse punito con un'ineludibile obbligo a provar vergogna.
Vorrei che a chi uccide fosse insegnato a curare.
Vorrei che a chi violenta fosse insegnato ad amare.
Vorrei che a chi ruba fosse insegnato a donare.
Vorrei che le porte non avessero serrature.
Vorrei che le menti non avessero catene.
Vorrei che la vita non passasse inutilmente.
Vorrei tanto non dovermi più sentire indignato.
Vorrei svegliarmi, ora. Grazie.

venerdì 20 agosto 2010

MEDITAZIONE SULLA GENTILEZZA




Come si fa a essere gentili? Esistono tecniche per sviluppare un certo modo d'essere e di agire? La risposta è sì: possiamo coltivare le qualità della gentilezza: gioia, fiducia, empatia, generosità, e via dicendo. Ma prima bisogna verificare una condizione essenziale: che la nostra relazione con queste qualità sia buona. Se pensandoci sentiamo irritazione, o sensi di colpa e di inadeguatezza, o ci giudichiamo in modo negativo, queste sono tutte interferenze che ci stancano e ci opprimono. Perchè prendere la gentilezza come scusa per farsi del male? Più assurdo di così si muore.
Quando qualcuno di questi personaggi (senso di colpa o di inadeguatezza, irritazione) fa capolino non si può ignorarlo. Bisogna capire da dove viene, e in che maniera ci condiziona. E poi bisogna tenerlo d'occhio, perchè può causare disastri. La gentilezza offre il vantaggio di poterci rendere la vita più facile e più felice. Ma possiamo coltivarla solo se siamo convinti che la desideriamo per davvero. La gentilezza non può avere origine da un malinteso senso del dovere o da una costrizione esterna. L'unica vera gentilezza sgorga spontanea dal cuore. Le qualità della gentilezza non devono essere adottate come strumenti di tortura – è un uso improprio, che le contraddice in maniera plateale. Come si fa a criticare se stessi perchè non si è abbastanza tolleranti, o dubitare di avere abbastanza fiducia, o deprimersi perchè non si ha abbastanza gioia? Stop! Allarme! Direzione sbagliata! Inoltre non è possibile avere tutte le qualità in maniera completa e perfetta. Che cosa vogliamo diventare, Babbo Natale? Le varie qualità della gentilezza sono in realtà vie di liberazione. Sono delle maniere per allargare la gamma delle nostre idee e delle nostre emozioni, e così arricchire la nostra vita e quella degli altri. Non sono una nuova legge da aggiungere alle altre che già regolano la nostra vita e magari ci limitano, ma una via che ci conduce a nuove possibilità.

Vista questa premessa essenziale, vediamo le maniere pratiche per coltivare la gentilezza e le sue qualità.


1 - Riflessione

Anzitutto pensarci. Per dieci minuti ogni giorno per un periodo, diciamo, di un mese, pensiamo a una delle qualità della gentilezza. Scriviamo tutte le idee che ci vengono in mente. Esaminiamo il soggetto da tutti i lati possibili. Ce ne domandiamo le caratteristiche, il significato, le ramificazioni. Ci chiediamo come sarebbe la nostra vita se esprimessimo in maggior misura questa qualità. Non ci spaventiamo dei momenti in cui non ci viene in mente più niente, oppure solo le stesse idee di prima e pensiamo di avere esaurito l'argomento. E invece continuiamo a riflettere. In questo modo andiamo a fondo in questo soggetto, lo facciamo nostro. Noi diventiamo ciò a cui pensiamo. Se pensiamo alle nostre disgrazie, diventiamo amari. Se pensiamo alla gentilezza diventiamo gentili. Questa è la meditazione.


2 -Visualizzazione

Il secondo modo è di immaginare di essere già così. Se, per esempio, la qualità da noi scelta è la fiducia, immaginiamo vividamente di essere già fiduciosi. Immaginiamo il calore e il benessere che sentiamo a essere fiduciosi. Immaginiamo di avere già tutte le emozioni che vengono con la fiducia. Immaginiamo quale stile di pensiero adotteremmo se fossimo più fiduciosi: per esempio, saremmo più ottimisti.

Si può immaginare qualcosa che non esiste ancora, perchè nell'immaginazione tutto è possibile. Quando noi immaginiamo di essere in un certo modo, il nostro sistema nervoso impara ad esserlo. Noi diventiamo ciò che immaginiamo di essere.


3 - Simboli

Il terzo modo è il simbolismo. Possiamo visualizzare per qualche minuto un simbolo che rappresenta la gentilezza o una sua qualità: un sole che irradia una luce calda e benefica, per esempio, o una fonte di acqua purissima, o un albero secolare che accoglie e protegge fra i suoi rami numerosi esseri viventi, o le mani di due persone che si toccano e si stringono, o qualsiasi altra immagine simbolica che troviamo convincente ed efficace. I simboli sono il modo più efficace per parlare al nostro inconscio, perchè sono il suo linguaggio. Sono una porta che si apre sulla dimensione psicologica e spirituale che vogliamo evocare in noi stessi.


4 - Azione

Il quarto modo è l'azione. Fare qualcosa di gentile: le occasioni non mancano. Scrivere una lettera per tirare su il morale a qualcuno, o preparare il caffè a un amico un po' stanco, o leggere una storia ai bambini prima di dormire. Impariamo facendo. Ogni nostro atto evoca gli stati d'animo e i pensieri corrispondenti. Siamo tutti apprendisti: impariamo a essere gentili facendo atti di gentilezza.


Un manifesto della Gentilezza è difficile da scrivere. Lo è perchè ognuno di noi considera la Gentilezza in modo diverso: il buon comportamento, la disponibilità, l'agire con educazione, il servizio senza secondo fini. Probabilmente ciascuna di queste definizioni è corretta. Di sicuro nessuna è completa.

La Gentilezza, in fondo, altro non è che la parte "naturale" dell'animo umano. Quella esigenza di esprimere con un gesto, un pensiero o un'azione la propria attenzione verso il prossimo. E poichè questo valore è un insieme di valori non è classificabile. Ed è per questo ancora più importante.

In un mondo sempre più globale e purtroppo sempre più chiuso in sè stesso, la semplice idea che un sorriso, una stretta di mano o un'azione inconsueta diventino una "stranezza" aumenta la necessità che la Gentilezza torni a diffondersi. Non viviamo in un mondo maleducato. Viviamo in un mondo distratto.

In queste poche righe cerchiamo dunque di scrivere non tanto cosa sia la Gentilezza (ognuno la deve declinare liberamente), ma piuttosto quanto sia bello e dia soddisfazione essere gentili. Perchè molte associazioni e organizzazioni diffondono "buone cose" per gli altri. Questa, dà soprattutto a chi la fa.

Essere gentili significa dare un senso positivo alla propria vita.

Essere gentili regala un sorriso sia a chi lo porge a chi lo riceve.

Essere gentili permette di pensare alle negavità con grande forza.

Essere gentili apre il cuore a sfide nuove e a esperienze migliori.

Essere gentili assicura gioia con la semplicità dell'immediatezza.

Essere gentili non costa, ma vale moltissimo.

Essere gentili vale, perchè non esiste denaro che ne superi l'altezza.

i valori della gentilezza


Che la “Gentilezza” sia un valore di per sé è facile da intendere. Potremmo dire che essa apre tutte le porte, che abbatte le barriere, che parla il linguaggio del sorriso. Ma, più concretamente, quali valori noi vogliamo sottendere alla gentilezza?
- Attenzione e disponibilità verso il prossimo, in un giusto bilanciamento tra il mio interesse e quello degli altri,
- Adesione e osservanza delle leggi e delle regole che vigono nella comunità in cui viviamo per una più armonica convivenza,
- Attaccamento e difesa della famiglia come cellula fondante della società,
- Impegno e attivismo nella vita quotidiana, come forma di collaborazione anche con le istituzioni per il benessere di tutti,
- Fiducia e progettazione del futuro,
- Equilibrio tra i nostri sentimenti e la ragione, che vanno coltivati entrambi,
- Apertura del cuore e della mente verso gli altri, come singoli e come gruppi, perché dal confronto possa nascere rispetto e arricchimento reciproco,
- Amore e divulgazione della cultura in tutte le sue branche come bene imprescindibile per tutti,
- Conoscenza e rispetto per le tradizioni della nostra civiltà,
- Amore e rispetto per la natura e il mondo nella sua bellezza.